La Galleria
dei Maestri
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Prendetemi, prendetemi
Prendetemi, prendetemi.
Belve, uomini, ombre. Lasciatemi. Miguel Hernández |
Clarice Benini non sarà mai una signora, «una con tutte stelle
nella vita». Non sarà mai una maritata dama con la pelle di
giglio. Lei sarà, sempre e per tutti, la signorina Benini, una lunatica
e sobria zitella adusa a svagarsi, nei pochi scampoli del tempo libero, al
Circolo degli Scacchi, unica donna fra tutti uomini. Nata a Firenze l'8 gennaio
1905, Clarice non conobbe mai il lato in fiore della vita: già a quindici
anni si ritrovò orfana di padre, il valente amateur Giuseppe
Benini (1854-1920), spirato nella marina Viareggio, dov'era impegnato in
un torneo triangolare di scacchi.
È facile comprendere quali vuoti, dalla morte del genitore in
poi, abbiano riempito gli scacchi nell'esistenza di quella timida e spigolosa
ragazzina toscana, cui rimase in eredità la gran passione paterna
per l'astruso nobil giuoco, e per maggior conforto l'affetto e la
tutela degli amici scacchisti di lui, cui su tutti spiccava il marchese Stefano
Rosselli del Turco (1877-1947).
Tutto iniziò per gioco, dunque, e nulla sarebbe trapelato dall'anonimato
di una vita in seconda fila, se proprio gli scacchi non avessero veicolato,
quali unico tramite, il tumulto di passioni e di sentimenti che si agitavano
dietro l'abito grigio e dimesso delle sue sembianze.
C'era qualcosa, infatti, nel modo in cui quella giovane donna giocava
a scacchi, che nulla aveva di comune né di ordinario. Il suo gioco
irradiava un talento di rarissimo pregio, come un fremito di muscoli snelli,
che si esprimeva soprattutto in fase d'attacco, sempre in bilico fra avventura
e pericolo. Clarice conduceva la caccia al Re con eccezionali creatività
e violenza, e quando le riusciva di indirizzare la partita su quel terreno
erano davvero in pochi a poterle resistere.
Nulla sarebbe mai trapelato nemmeno dopo la sua fulminante performance
al Semmering nel 1936, piovuta dal nulla, ma pur sempre in un folcloristico
Torneo di Signore. Ci sarebbe voluto ancora un anno, affinché l'A.S.I.
(Associazione Scacchistica Italiana) avallasse il concorso della trentaduenne
Clarice al torneo di Campionato del Mondo femminile del 1937 a Stoccolma.
Si trattò di una partecipazione in sordina, di contorno a quella assai
più attesa dei camerati maschi alla concomitante Olimpiade, e perorata
dall'illuminato Rosselli per la sua sventurata protetta. Certo, nessuno avrebbe
potuto prevedere che da Stoccolma sarebbe stata proprio lei a tornare in
trionfo e a fare incetta di medaglie, mentre un gelido silenzio fascista
si sarebbe dovuto stendere sull'opaca prova dei valenti camerati.
C'è una fotografia, in particolare, che fissa quel momento irripetibile.
Vi si riconoscono due donne: Vera Menchik, l'imbattibile e giunonica balia
slava, e una giovane esile donna, assai compresa e composta, che le sta di
fronte come una lince. Persino nello scontro diretto, infatti, l'invitta
Vero tremò come una foglia sotto il fuoco di un assalto essenziale
e furibondo, e se la cavò solo grazie alla precipitazione della Benini.
Il secondo posto in quel torneo cadde come un macigno sull'elmo di Scipio.
Era la prima volta dopo secoli che qualcuno incarnava la celebrata scuola
italiana, solo che si trattava di una donna. Che fare? L'Italietta del Duce
si adoperò alla bell'e meglio per lustrare l'inatteso patrimonio,
e per la prima volta furono organizzati dei Campionati Italiani femminili,
che ad onor del vero rimarranno gli unici sino al 1973. Ma per la verità
erano anni duri e bui: la nazione precipitava a rotoli nella catastrofe,
e già due anni dopo né uomini né donne poterono salpare
per Buenos Aires, dove si disputavano Olimpiade maschile e Campionato del
Mondo femminile. Il vulcano si estinse così nella catastrofe bellica,
morale e civile che frantumò l'Italia. Quando l'incubo ebbe fine,
Clarice non era più giovane né stabile: era solo una dei troppi
che dovevano inventarsi un futuro e sbarcare il lunario. Il suo essere donna,
poi, non le semplificò la vita.
Tredici anni dopo Clarice ritenne di riscattarsi partecipando all'ultimo
torneo «comune» per il Campionato del Mondo femminile. Un viaggio
estenuante la condusse in una Mosca polare - 32° sotto zero! - dove erano
convenute le più forti scacchiste del mondo. Sepolta la Menchik nel
'44 (dalle bombe dei nazisti) non c'era nessun dubbio sul fatto che il torneo
sarebbe stato appannaggio delle quattro iscritte sovietiche. E così
fu. L'italiana che si affacciò nella bianca città dell'Est
non assomigliava più in nulla alla giovane donna che aveva infiammato
la siderale Svezia. Clarice era ormai da anni fuori esercizio. Il suo volto
si era sbiadito: non era più ragazza Clarice, ma Clarice ragazza.
Giunse a Mosca a sue spese, in tutti i sensi, giacché i suoi datori
di lavoro non le concessero mai il permesso di recarsi oltre cortina, in
quell'emisfero appena scomunicato dalla Chiesa di Roma. Di allenamento nemmeno
a parlarne. Clarice si espresse senza continuità, perse molte partite.
Fu tuttavia la sola che impressionò, per forza di gioco, l'intellighenzia
scacchistica sovietica - per esempio Bronstein e Ragozin - i quali ancora
anni dopo la ricorderanno con ammirazione e sorpresa. In effetti Clarice
fu, fra le occidentali, la sola che giocò a viso aperto con le sovietiche,
contro le quali conseguì due punti e mezzo su quattro. Ai campioni
sovietici fu chiaro che se fosse stata ben preparata quell'italiana sarebbe
stata irrefrenabile. Destò enorme sensazione, in particolare, la sua
vittoria con la francese Chaudé, che a buon titolo fece il giro del
mondo: lì la Benini evocò come per magia i suoi ormai lontani
trent'anni, e dopo aver sacrificato la Regina per due Figure incuneò
il Re nel cuore delle retrovie avversarie fino al matto!
Il resto, da allora in poi, sarà tranquilla routine in
una vita minima. Beninteso, routine di alto livello in ambito femminile,
con numerosi tornei vinti, ma nulla di più. Ormai solo gli anni potevano
passare, e di treni alla sua stazione non se ne sarebbero fermati più.
Clarice Benini continuò ad animare sia il Circolo Scacchistico
Fiorentino che l'ambiente torneistico italiano sino ai primi anni '60, con
la sua caratteristica figura di sobria e lunatica zitella, unica donna fra
tutti uomini.
L'aggravarsi di una malattia agli occhi prima le impedì di gareggiare
in torneo, e poi persino di frequentare il Circolo. Si ritirò in campagna
e tutti si dimenticarono di lei, benché la sua leggenda aleggiasse
sempre in tutti i circoli.
Clarice morì in un giorno di ordinaria follia del 1976 (il 6
settembre) nelle campagne della Rufina, assassinata da un colono impazzito.
Se due righe di cronaca nera non l'avessero riportata alla ribalta, probabilmente
nessuno avrebbe mai fatto caso alla sua assenza.
V. Ceccato - C. Benini (Firenze 1941) Slava D18
1. d4 d5 2. c4 c6 3. Cf3 Cf6 4. Cc3 dxc4 5. a4 Af5 6. e3 Cbd7 7. Axc4 e6 8. 0-0 Ab4 9. Ca2 I teorici preferiscono 9. De2! (9. ... 0-0? 10. e4! Axc3? 11. exf5). 9. ... Ae7 L'alternativa era 9. ... Ad6 10. b4 0-0 11. Db3 Cb6 12. Ae2 Cbd5 con preferenza per il Nero, Gabarain - Piazzini, Buenos Aires 1936. 10. b4 0-0 11. Db3 Cd5 12. Aa3 Se 12. Ab2 parimenti 12. ... C7b6 13. Ae2 Tc8. 12. ... C7b6 13. Ae2 Tc8 14. Tac1 Cd7 15. Tfd1 Db6 16. Cd2 e5 17. Cc4 Dc7 18. dxe5 Cxe5 19. Cxe5 Dxe5 20. Ab2 Dd6 21. Af3 Dg6! 22. Ad4 Il Pedone è tabù: 22. Axd5 cxd5 23. Txd5?? Ae4. 22. ... Ae6 23. Db2 Improponibile 23. Axa7?? Cxb4!. 23. ... b6 24. Ae5 f5! 25. b5 f4 26. Txc6? Addio alle armi! Era di prammatica 26. e4 Cf6 27. Txc6 Txc6 28. bxc6 Cxe4. 26. ... Txc6 27. bxc6 fxe3! 28. Rh1 Se 28. Axd5 allora 28. ... exf2+ 29. Rf1 Axd5 30. Txd5 Dxg2+! 31. Rxg2 f1=D+ e poi matto. Nondimeno dopo 28. Txd5 Txf3! 29. fxe3 Axd5 il Bianco è sottoterra. 28. ... Txf3!! Il contrassegno di Clarice! 29. gxf3 Dh5 30. De2 Se 30. Te1 allora 30. ... Dxf3+ 31. Rg1 Cf4! 32. Axf4 Axd5 33. fxe3 Dh1+ 34. Rf2 Dg2 matto. 30. ... Dxe5 31. fxe3 Cxe3 32. c7 Dxc7 33. Dxe3 Axa2 [...] Il Bianco abbandona.